ecco come i clan romani hanno sfidato i Di Lauro
A Roma l’influenza della camorra si sente eccome. E quando qualcuno “sgarra”, il conto da pagare arriva puntuale. È il filo che lega una gioielleria, un criminale considerato fuori controllo, un orologio di lusso estorto e la furia del clan Di Lauro.
Una storia che intreccia le mani della criminalità napoletana con quelle della mala romana e che oggi, 5 dicembre, è tornata a galla con un’ordinanza eseguita dai carabinieri nei confronti di 14 indagati, finiti tutti in carcere.
Tra loro presunti esponenti del clan Senese e del gruppo guidato da Ettore Abramo, detto “Pluto”.
Al centro dell’inchiesta c’è Daniele Salvatori, soprannominato “Bove”, figura chiave del gruppo romano. Secondo gli inquirenti, Salvatori sarebbe stato protagonista di una lunga serie di estorsioni, spendendo a seconda delle occasioni il nome del clan Senese o quello del suo presunto capo, Abramo.
In una di queste uscite, narrano gli atti, sarebbe stato affiancato dall’ex pugile Kevin Di Napoli – anche lui tra gli arrestati – rimasto ferito a Casoria nel luglio 2024 e proprietario di una palestra a Ostia distrutta da un ordigno pochi mesi fa.
Il caso che ha fatto esplodere tutto risale alla fine del 2022. La vittima è il titolare di una gioielleria che, nell’ordinanza, gli investigatori definiscono di fatto controllata dal clan Di Lauro.
Salvatori, insieme a Valerio Fabrizio e con Mario Baiocchi come mandante, si sarebbe presentato per conto di “Pluto” a farsi consegnare un orologio di lusso del valore di 18mila euro. Un affronto che i Di Lauro non hanno lasciato passare.
Da Napoli è partita una richiesta netta: 200mila euro, oltre alla restituzione dell’orologio. Un “risarcimento” per vecchie e nuove estorsioni che Salvatori – considerato ormai incontrollabile – non avrebbe potuto pagare.
La situazione è degenerata al punto che lo stesso gruppo romano avrebbe deciso di scaricarlo: il piano prevedeva un sequestro per consegnarlo direttamente nelle mani dei Di Lauro.
La scena, ricostruiscono gli investigatori, è da film criminale. Valerio Fabrizio porta Salvatori da Bracciano a Roma con un pretesto. Ad attenderlo ci sono Davide Mastroianni e Gianni Erbella Violetti, pronti a bloccarlo e consegnarlo ai napoletani.
L’operazione sarebbe stata organizzata insieme ad Alvise e Leopoldo Cobianchi, con l’avallo di Abramo.
Ma il sequestro non si concretizza: il 12 giugno 2023, proprio in quelle ore, Salvatori viene fermato dalla polizia giudiziaria per altre vicende. Il tentativo di “consegna” salta, ma non finisce qui.
Due giorni dopo, il 14 giugno, la reazione dei Di Lauro si sposta sugli altri componenti del gruppo romano. Stavolta il bersaglio è chi avrebbe dovuto rispondere per Salvatori.
Le minacce – pesanti – vengono lanciate nell’autolavaggio di Paolo Prearo (anche lui tra gli arrestati), con la presenza di uomini del clan napoletano non ancora identificati. Fabrizio e Mastroianni, raccontano gli atti, sarebbero stati minacciati con armi da fuoco e picchiati con le stesse pistole.
Gli inquirenti contestano a tutti gli indagati l’aggravante mafiosa, sia per il tentato sequestro sia per le estorsioni. Un quadro che, ancora una volta, mostra quanto le linee tra mala romana e camorra napoletana siano più sottili di quanto si voglia credere.
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