Economia

La transizione corre, ma il lavoro non tiene il passo


Nel 2024, per il terzo anno consecutivo, l’occupazione nel settore energetico è cresciuta più del resto dell’economia mondiale: +2,2% contro l’1,3%, fino a 76 milioni di addetti. Dal 2019 sono stati creati 5,4 milioni di posti, pari al 2,4% di tutti i nuovi impieghi nel mondo. In Cina un nuovo lavoro su cinque nasce dall’energia, negli Stati Uniti uno su dieci. Il passaggio decisivo è strutturale: il settore elettrico supera per la prima volta i combustibili fossili come primo datore di lavoro globale. Negli ultimi cinque anni generazione, reti e storage hanno aggiunto 3,9 milioni di posti – quasi tre quarti della crescita del settore. Il fotovoltaico guida l’espansione, mentre reti, nucleare e accumuli coprono un altro quarto. L’eolico invece rallenta: nel 2024 l’offshore ha registrato un calo del 6% nella manifattura delle turbine.

L’elettrificazione spinge anche i comparti a valle. Nell’automotive gli EV hanno generato quasi 800 mila nuovi posti nel 2024; in Cina il 40% degli occupati nella manifattura auto lavora già su elettrico e batterie. Crescono pure i tecnici specializzati nell’efficienza: installatori di pompe di calore, elettricisti per l’industria, operatori che migrano da filiere tradizionali verso ruoli connessi alla transizione. Nonostante la spinta pulita, anche il fossile regge: il carbone è cresciuto dell’8% dal 2019, trainato da India, Cina e Indonesia; petrolio e gas hanno recuperato quasi tutti i posti persi nel 2020, anche se il 2025 potrebbe segnare nuovi tagli per via del calo dei prezzi. La crescita è trainata soprattutto dalle economie emergenti: +5,8% in India, +4,8% in Indonesia, +3,5% in Medio Oriente. In Cina il ritmo rallenta (+2,2%), mentre nelle economie avanzate quasi si ferma (+0,4%). Ma le aree con catene industriali consolidate – Medio Oriente, Corea, Canada – continuano a concentrare fino al 4% della forza lavoro totale nel settore energetico.

Secondo la IEA, la domanda continuerà a crescere: entro il 2035 serviranno altri 3,4–4,6 milioni di addetti, fino a 15 milioni nello scenario net-zero. Ma qui emerge il vero collo di bottiglia: la disponibilità di persone. Oltre metà delle aziende intervistate segnala difficoltà “gravi o critiche” nel reperire tecnici specializzati. Gli applied technical workers – elettricisti, line workers, pipefitters, operatori di impianti, ingegneri nucleari – rappresentano più della metà della forza lavoro energetica, il doppio della media economica, e sono cresciuti di 2,5 milioni dal 2019. L’invecchiamento peggiora la situazione. Nei Paesi avanzati per ogni giovane sotto i 25 anni che entra nel settore ci sono 2,4 lavoratori prossimi alla pensione; nel nucleare e nelle reti si arriva a 1,7 e 1,4. Da qui al 2035, due assunti su tre serviranno solo a sostituire chi esce.

Il problema investe anche la formazione. Tra il 2015 e il 2022 la domanda di tecnici è aumentata del 16%, mentre i diplomati dei corsi professionalizzanti solo del 9%. Per evitare che il divario esploda, servirebbe un aumento del 40% dei nuovi ingressi qualificati entro il 2030. L’investimento necessario è minimo: 2,6 miliardi di dollari l’anno, meno dello 0,1% della spesa educativa globale. Alcune regioni stanno accelerando – Cina, Indonesia, Nord Africa hanno visto crescere del 25% le iscrizioni ai corsi energetici – mentre l’Europa, pur partendo da livelli alti, avanza lentamente. Il reskilling può assorbire parte della domanda: due terzi dei lavoratori dell’oil&gas hanno competenze trasferibili verso le filiere pulite; circa metà di quelli nelle catene del carbone può essere riqualificata, anche se per i minatori servono programmi più lunghi e personalizzati.

L’intelligenza artificiale migliora procedure, sicurezza, formazione – dal permitting alla realtà virtuale – ma non sostituisce tecnici e operai. Le competenze AI nel settore energia sono inferiori del 40% rispetto a finanza e tecnologia, e gli attuali casi d’uso non riducono la necessità di manodopera manuale nelle costruzioni, nell’O&M e nella gestione degli impianti. In conclusione, per la Iea la sicurezza energetica non dipenderà solo da investimenti e tecnologie, ma dalla capacità di formare e trattenere lavoratori qualificati. Senza una strategia sul capitale umano, la transizione rischia di fermarsi non per mancanza di capitali, ma per mancanza di persone.


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