Cultura

Royel Otis – Live @ Fabrique (Milano, 03/12/2025)

Credit: Fabio Campetti

Torna in Italia anche il duo australiano più chiacchierato degli ultimi tempi, lo fa a supporto del sophomore “Hickey” uscito quest’anno e con uno step successivo in agenda, quindi, passando dalla Santeria (che andò tutta esaurita un paio d’anni fa) al decisamente più capiente Fabrique, che sancisce anche la fase intermedia del percorso di un artista prima, eventualmente, di approdare allo step mainstream dei palazzetti, capienze più ampie, a testimoniare, appunto, la crescita esponenziale del pubblico che segue questa nuova sensazione indie pop, tendente, senza nulla togliere, verso i piani alti appunto, per un futuro, probabilmente, già scritto tra il gotha dei cosiddetti headliner, sensazione condivisa e lampante, ma vedremo l’excursus sul campo.

Oggettivamente hanno una scrittura ficcante, riuscita, quanto furba, peculiarità, che a volte, sarebbe ottimale (sempre di pari passo con le intenzioni) in altri progetti. Quindi approcciarsi ai “ritornelloni”, che piacerebbero a tutti, è un dono di composizione o è una scelta artistica? Forse entrambe le cose, a seconda delle situazioni.

A volte il brano più easy listening aiuterebbe una diffusione maggiore, ma sono riflessioni, che lasciano il tempo che trovano. Detto questo Royel Otis sono su quel binario, fanno pop moderno, anche ampiamente radiofonico, intriso comunque di qualità, quello, che non ti vergogni di ascoltare, ecco, differenza sottile, ma determinante quanto rilevante, a mio avviso, fondamentale, al fine di capire la bontà o meno di un progetto. Riflessioni sui generis, certo.

E’ indiscusso il fatto che ci siano tanti ingredienti per una ricetta, a tratti, irresistibile e che metta d’accordo un pubblico trasversale. Piacciano o meno, perché poi il gusto personale, va sempre considerato, ma le canzoni ci sono eccome.

A mio avviso c’è un piccolo tributo ai Phoenix, che me li ricordano non poco, che sono, oggettivamente, un bel riferimento per le nuove generazioni, ma, detto questo, rimangono un progetto con un’ottima penna al servizio e visto il genere, peculiarità a dir poco fondamentale.

Apre la serata un cantautore, Visconti, che gioca in casa, annunciato all’ultimo, in sostituzione degli Still Blank precendentemente in agenda. Io lo conoscevo solo di nome, non avevo mai approfondito la sua musica, che rimane genuina e sicuramente interessante, un live bello diretto e senza fronzoli, suonato con il coltello tra i denti, da riprendere e approfondire sicuramente.

Con leggero ritardo sulla tabella di marcia, partono Royel Otis, che faranno un’ora e dieci di set con ben ventuno brani in scioltezza, tutto il loro repertorio più un paio di abituali cover.

Rimango assolutamente fedele a quanto detto sopra, brani da prima fascia come raramente capita in progetti odierni, tante cosiddette hit in cassaforte, quello che mi ha convinto meno è l’allestimento in se, se su disco il territorio è decisamente più indie con le succitate reference al servizio, live ci si sposta più in ambito mainstream, lasciando spazio a suoni decisamente più in tal senso.

Basso in sequenza, chitarre giusto accennate, trattasi di dettagli sia chiaro, ma sono quelli che determinano la percezione.

Detto questo il percorso, dopo averli visti questa sera, è ancora più marcato e non farei fatica a credere che il prossimo step sia il forum ad Assago piuttosto che presso la nuova Arena prossima dí inaugurazione. Ci sono tutti i presupposti. Pubblico calorosissimo, tra sing-a-long a ripetizione, praterie di telefonini al cielo, le solite pose dei concerti anni venti, in un Fabrique quasi esaurito.

Un concerto che mi ha entusiasmato meno del previsto, anche perché le aspettative erano piuttosto alte.

Entrando in merito della setlist, sul piatto tutti gli assi della manica di questi due primi album in carriera, da “Say something” a l’overture di “I hate this tune”, i già evergreen di “Who’s your boyfriend?” o “Come on home”, per chiudere con la prima hit “Oysters in my pocket”.

Hype consolidato per una ex next big thing.


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