Povertà alimentare, l’11% degli italiani – anche se ha un lavoro – non si può permettere un’alimentazione bilanciata
La povertà alimentare colpisce sempre più persone. A non potersi permettere un’alimentazione bilanciata, nel 2024 sono state quasi 3 milioni di famiglie italiane, pari all’11% del totale, cioè circa 6 milioni di persone. Ed è un dato che aumenta rispetto all’8,4% registrato nel 2023. Lo segnala il nuovo Atlante della Fame in Italia 2025, presentato alla Camera dei Deputati e realizzato da Azione Contro la Fame insieme alle ricercatrici dell’Università degli Studi di Milano e di Percorsi di Secondo Welfare.
E se si considerano tutte le forme di deprivazione alimentare rilevate dall’Atlante, il numero è ancora più ampio: oltre 4 milioni di famiglie mostrano difficoltà nell’accesso al cibo e quasi 3 milioni non riescono ad avere con continuità un pasto adeguato dal punto di vista nutrizionale. Il dato coincide con le rilevazioni EU-SILC/ISTAT riportate nel report, secondo cui 4,2 milioni di famiglie, il 15,9% del totale, manifestano almeno un indicatore di deprivazione alimentare e 2,9 milioni, l’11%, non riescono a consumare un pasto proteico almeno ogni due giorni. All’interno di questo quadro, 681.000 famiglie dichiarano di non avere, anche solo in alcuni periodi dell’anno, il denaro necessario per acquistare il cibo.
A livello individuale, l’indagine dell’Atlante registra 766.000 persone (circa l’1,3% della popolazione) in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave. In parallelo, più di 1,5 milioni di persone in Italia, nel corso del 2024, hanno vissuto momenti in cui non disponevano delle risorse economiche sufficienti per acquistare il cibo necessario.
Tra i minori si contano oltre 430.000 bambini e adolescenti in deprivazione alimentare, il 5,6% della popolazione under 18, con punte che raggiungono l’8,7% nel Mezzogiorno, il 7,8% nelle famiglie monogenitore e il 17,9% nelle famiglie con basso livello di istruzione.
Le più colpite: le famiglie numerose e del Sud
Il peso della crisi alimentare non è distribuito in modo omogeneo sul territorio. Nel 2023, a fronte di un’incidenza nazionale dell’8,8% di famiglie che non possono permettersi un pasto proteico ogni due giorni, nel Sud la quota sale al 14,3%, superando il 10% anche nelle Isole e nel Centro. L’Atlante ricorda inoltre che le differenze territoriali sono stabili nel tempo.
I nuclei più numerosi sono tra i più colpiti: nelle famiglie con tre o più figli minori la deprivazione alimentare raggiunge il 16,6%. Tra le famiglie con almeno un componente straniero l’incidenza è pari al 14,7%, mentre nei nuclei in cui la persona di riferimento ha al massimo la licenza media il fenomeno colpisce l’11,4% delle famiglie. Anche la variabile anagrafica contribuisce ad accrescere la vulnerabilità: tra le famiglie guidate da persone con età fino a 34 anni l’insicurezza alimentare raggiunge il 10,8%.
Lavorare non basta più
La crescita della povertà alimentare è strettamente legata alla dimensione economica e, in particolare, alla trasformazione del lavoro in Italia: bassi redditi, difficoltà a sostenere le spese mensili, arretrati e situazioni lavorative discontinue costituiscono la radice del problema. Il «mito del lavoro dipendente», ossia la convinzione che un contratto stabile fosse sufficiente a garantire protezione, oggi appare superato: è sempre più diffusa la condizione di «povertà lavorativa», che colpisce anche chi un impiego ce l’ha ma è mal retribuito, instabile o insufficiente per far fronte all’aumento del costo della vita.
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