The Mary Onettes – SWORN
Accidenti, sbaglio o è un bel pezzo che i Mary Onettes non pubblicavano qualcosa sulla lunga distanza? In questi ultimi anni ci sono stati un pugno di singoli, ma per un disco completo bisogna davvero andare indietro nel tempo. Poco male, perché se tutti i ritorni dopo lungo tempo sono di questa pregevole fattura, beh, allora ben vengano le lunghe attese.

Philip Ekström ci guida nel suo mondo morbido e avvolgente, ricco di suggestioni anni ’80, disegnando un dream-pop che però non vuole rimarcare troppo l’aspetto onirico e vaporoso, ma si dimostra anche attento a una forma accattivante, melodica, che non disdegna di flirtare con la new-wave.
Piace molto l’apertura di “WDWHL”, solenne e suggestiva, quasi densa di sacralità shoegaze e space rock: veramente un bellissimo inizio per dare il calcio d’inizio ed entrare subito nel mood migliore. Nei brani successivi ecco che viene rimancarcata l’importanza dei synth e delle tastiere che trovano incastri ottimali con le chitarre, disegnando quelle trame ricche di melodia di cui parlavo sopra, per arrivare a perle come “Slide”, morbidissima e romantica, veramente da pelle d’oca o all’epicità magistrale di “ARP”. Se poi vogliamo parlare di anni ’80 beh, ditemi voi se quel sax piazzato sul finale di “Tears to An Ocean” non fa tanto Psychedelic Furs…
Pregevole pure l’andatura più leggera di “The Big Shake”, che sparge come una brezza pop sopra di noi, con questo basso saltellante e la chitarra acustiche che disegna trame piacevolissime.
Il disco si chiude in modo cupo e con toni più oscuri con la bellissima “Stop This Melody” che però trova un potente raggio di sole melodico nel magico ritornello che si eleva sopra l’oscurità e ci infonde calore, con un taglio quasi alla Slowdive, se mi permette questo accostamento.
Passano gli anni (i Mary Onettes tagliano il traguardo delle 25 candeline soffiate), ma gli svedesi volano ancora molto alti e caparbi nel cielo del dream-pop.
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