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Peppino Impastato, la nipote Luisa: «Ai ragazzi dico: anche mio zio era uno di voi. E ha scelto la libertà»

Raccontare questa memoria implica anche passare un testimone alle nuove generazioni.
«Il senso di responsabilità lo sento molto anche nei confronti di chi mi ascolta, soprattutto di chi non ha vissuto quegli anni. Credo che siano chiamati ad accogliere questa storia. Mi piace ricordare che Peppino, quando parlava ai ragazzi, era uno di loro: non era un magistrato, non lo faceva per mestiere. Era un ragazzo che ha avuto il coraggio di scegliere, anche liberandosi dal suo stesso condizionamento familiare. Vorrei trasmettere proprio questo: la possibilità di scegliere, anche quando è doloroso, ma necessario per vivere da uomini e donne liberi».

Da dove nasce il titolo La mafia non è musica?
«Peppino e i suoi compagni hanno usato arte, cultura e musica come strumenti di lotta, riscatto e partecipazione. La musica rompe l’isolamento, rompe il silenzio, trova linguaggi universali, costruisce bellezza. Tutto quello che la mafia non è. In qualche modo, la mafia non può essere musica».

Negli anni è cambiato il modo in cui i territori affrontano il tema della mafia?
«Sì, qualcosa è cambiato. Viviamo un periodo in cui la presenza della mafia è ancora forte, anzi forse sta ricominciando a farsi sentire. Però oggi c’è anche più sensibilità, e si stanno raccogliendo i frutti dell’impegno e della memoria trasmessa in questi anni. La storia di Peppino continua a ispirare giovani e giovanissimi che si riconoscono nelle sue idee e le traducono nel proprio impegno. Trent’anni fa era difficile parlare di mafia a scuola o in certi contesti; oggi la partecipazione è maggiore. E poi ci sono i segni concreti: la casa che apparteneva a Gaetano Badalamenti, a cento passi da quella di Peppino, oggi è un bene confiscato e una biblioteca comunale. Lì costruiamo cultura dell’antimafia. Sono piccoli segni, ma raccontano un riscatto».

Ha detto che oggi la mafia «torna a farsi sentire». In che modo?
«Si risentono fenomeni di violenza che in alcune zone erano meno visibili. Credo che la mafia si stia riorganizzando, che stia cercando nuove forme di controllo, adattandosi ai tempi e ai nuovi mezzi di comunicazione. E poi basta guardare a vicende politiche recenti per capire che certi compromessi non sono affatto superati. C’è ancora molto lavoro da fare».

Portare questa storia non è semplice. Si è mai sentita sotto pressione o in difficoltà a causa della tsua eredità familiare?
«Più che altro ne sento il peso. Essere la nipote di Peppino non è semplice: parlo spesso di responsabilità perché la avverto molto, anche nei confronti della storia di mia nonna, che è un’altra storia di resistenza. La storia di Peppino è sempre stata scomoda. Ancora oggi, in tutta Italia, vengono sfregiate vie e targhe a lui dedicate. Accade anche nel nostro territorio: è un segno che questa storia disturba ancora. Personalmente non mi sono sentita minacciata. Sono arrivata in un momento in cui, grazie a chi mi ha preceduto, la mia famiglia, mia nonna, i compagni di Peppino, il Centro Impastato, questa storia è diventata collettiva. Oggi sentiamo un sostegno forte. Non siamo soli. E questo è fondamentale: le mafie vincono quando c’è isolamento».


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