Cultura

Train Dreams | Indie For Bunnies

E vabbè, Clint Bentley imita un bel po’ Terrence Malick: le luci filtrate dalla boscaglia o da un’interno oscuro, i movimenti di camera a mano obliqui a-la’ “The Three Of Life”, la cinepresa che sembra sorprendersi per gli spettacoli offerti dalla natura, etc etc etc. Lo hanno detto un po’ tutti ed effettivamente è vero.
Alla fine però importa proprio poco. E’ la lezione di un maestro, dichiarata e utilizzata (benissimo) come mezzo fondamentale per la costruzione di uno dei film più belli da vedere, e da soffrire, dell’anno.

La vicenda, sussurrata più che raccontata, del taglialegna Robert Granier (un Joel Edgerton soffertissimo, di poche parole e tante ombre sul volto) soffre lo scorrere del tempo, ci ricorda in maniera struggente tutto il tempo che rubiamo a quelle poche cose che al nostro tempo qui gli conferiscono un senso.

La fotografia malickiana diminuisce le figure umane in un contesto naturare imperioso e indifferente, le riduce a comparse, mentre la colonna sonora abbozzata, sospesa e granulosa del The National Bryce Dessner pompa malinconia come polvere lo Scirocco – dopo i titoli di coda il gemellino torna con Nick Cave per una canzone bellissimissima.


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