Società

Chiara Francini: «Una donna è libera quando può scegliere». La nuova ricerca SDA Bocconi, in collaborazione con Pomellato, sulla violenza economica in Italia

Qual è il prezzo della libertà? Quanto la sudditanza economica ostacola le scelte delle donne che non possono gestire in autonomia le proprie risorse? E quante, in Italia, vivono quotidianamente forme di violenza economica senza riconoscerle come tali?

Da queste domande è partita la ricerca realizzata da SDA Bocconi School of Management e presentata a Milano, nell’Aula Magna Röntgen, durante il convegno Il prezzo della libertà: come si manifesta la violenza economica, organizzato da Pomellato in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un evento sostenuto dal Comune di Milano e dedicato a CADMI, Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate, aperto dagli interventi di Stefano Caselli, Sabina Belli, CEO di Pomellato e dall’assessora allo Sviluppo Economico Alessia Cappello. «Pomellato utilizza la propria visibilità per sostenere le donne nella lotta contro la violenza che colpisce una donna su tre», ha fatto sapere Belli, «La violenza economica può sembrare un termine estremo, ma descrive il risultato di una struttura sociale millenaria: dipendenza, vulnerabilità, mancanza di libertà di scelta. Spesso viene accettata senza comprenderne le conseguenze. Parlarne è fondamentale, così come coinvolgere gli uomini nel dibattito».

Sul palco, Paola Cillo, Associate Dean for Research SDA Bocconi School of Management, Chiara Piancatelli, Associate Professor SDA Bocconi School of Management, e Paola Profeta, ProRettrice per la Diversità, Inclusione e Sostenibilità Università Bocconi, Professoressa Ordinaria di Scienza delle Finanze e Direttrice dell’AXA Research Lab on Gender Equality dell’Università Bocconi, hanno illustrato i risultati di un’indagine condotta su un campione rappresentativo di 2.500 persone di diverse età e provenienze. Il dato più netto è arrivato subito: sette donne su dieci hanno vissuto o assistito a episodi di discriminazione o violenza economica, a fronte di un terzo degli uomini. Un fenomeno trasversale alle classi sociali e ai livelli di istruzione, che si manifesta attraverso dinamiche spesso considerate “normali”: limitazioni sull’accesso al denaro comune, svalutazione del contributo professionale femminile, controllo delle spese, interferenze giustificate come premura, appropriazione del lavoro e del tempo della partner.

Le ricercatrici hanno spiegato come la violenza economica assuma forme diverse e tutte riconoscibili: dalla restrizione economica, in cui «lui gestisce, lei si adatta» – dinamica che riguarda il 39% delle donne – alla svalutazione del reddito femminile, che coinvolge il 51% del campione, fino alla limitazione dell’accesso a conti, beni e risorse personali, situazione dichiarata dal 48% delle intervistate. A queste si aggiungono interferenze sul lavoro e sullo studio, che il 53% delle donne ha vissuto sotto forma di controllo “protettivo”, un paternalismo presentato come cura; episodi di competizione simbolica che riguardano il 48% delle donne; e casi di sfruttamento economico, in cui il successo femminile viene utilizzato per legittimare un disequilibrio di potere – fenomeno che coinvolge il 47% del campione – mentre il 60% delle donne ha partner che usano la forza economica come prova di virilità.


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