Cultura
Twin Shadow – Cadet: Un piccolo miracolo :: Le Recensioni di OndaRock
La discografia di Twin Shadow, artista ormai lontano tanto da tentazioni mainstream quanto dalle cricche indie che contano, è sempre stata variegata, claudicante ma affascinante nel suo essere imprevedibile, con ogni disco contraddistinto da una sua peculiarità sonora. A ribadire il concetto, nel mese di marzo si era arricchita di un nuovo capitolo, “Georgie”, dedicato al padre recentemente scomparso. Un album caratterizzato da toni mesti, interamente retto da arrangiamenti minimali, privi di qualsiasi strumento a percussione e talmente scarni da farlo suonare quasi incompleto, in cui le pur buone melodie non erano sufficienti a scacciare quell’impressione di ascoltare delle demo affascinanti ma dal potenziale non del tutto espresso.
Definire il suo successore “Cadet”, nato quasi per scherzo in risposta a chi gli chiedeva se fosse davvero così convinto di canzoni tanto evanescenti, come un classico album di remix del precedente lavoro sarebbe troppo sbrigativo. Titoli cambiati, tracklist stravolta e un’operazione di restyling che non si traduce in una semplice addizione ritmica quanto in una vera e propria re-immaginazione dei singoli pezzi, al punto che non sempre è così facile accoppiare le nuove versioni con le vecchie, per buona metà della scaletta.
A venir sacrificata è invece proprio quella forte identità sonora che aveva sempre caratterizzato i singoli progetti di George Lewis Jr. sino a questo momento. Mai come stavolta, infatti, il disco suona come se si sia cercato di cristallizzare le caratteristiche più riconoscibili del marchio Twin Shadow, soprattutto quelle del celebrato debutto “Forget” e, in misura minore, di “Caer”: attitudine new wave anni ’80, elettronica cigolante, l’amore per gli Smiths ma soprattutto per New Order e Cure (stavolta citati spudoratamente in una delle tracce).
Laddove i brani già più amabili in precedenza come “Dominoes/Totally Blue” e “Bad Times/Good Times” ne escono fuori più irrobustiti, forse anche troppo, altri come “Awkward Backward/Maybe It’s Time”, “Half Asleep/Emily” e, soprattutto, “Talk More Nice/Headless Hero” rifioriscono letteralmente, rivelando un’inaspettata caratura da singolo.
Fa piacere anche la giocosità regalata a “The Seams/As Soon As You Can” e Deep End/You Already Know” e la cadenza reggae (un rimando all’omonimo album del 2021) di “Give It Everything/Geor(g.i.e.)” ma non necessariamente la nuova veste corrisponde a una maggiore immediatezza. A “You Are The Reason/Permanent Feeling”, che pure su “Georgie” era una delle ballate più romantiche, viene riservato infatti un trattamento a dir poco spettrale che fa il paio con l’inedita, ammaliante oscurità di “Love Gentle/Funny Games” e infine sorprende la lunga coda di “Real Enough/Hide It In Attraction” tra ambient, funk, India e Kraftwerk.
Fa piacere anche la giocosità regalata a “The Seams/As Soon As You Can” e Deep End/You Already Know” e la cadenza reggae (un rimando all’omonimo album del 2021) di “Give It Everything/Geor(g.i.e.)” ma non necessariamente la nuova veste corrisponde a una maggiore immediatezza. A “You Are The Reason/Permanent Feeling”, che pure su “Georgie” era una delle ballate più romantiche, viene riservato infatti un trattamento a dir poco spettrale che fa il paio con l’inedita, ammaliante oscurità di “Love Gentle/Funny Games” e infine sorprende la lunga coda di “Real Enough/Hide It In Attraction” tra ambient, funk, India e Kraftwerk.
Pur con le sue imperfezioni e nel suo essere un disco derivato, “Cadet” riesce comunque a compiere un piccolo miracolo. Non vuole sostituire né far dimenticare il precedente “Georgie” ma, dandone una visione alternativa, lo pone sotto una nuova luce, rivelandolo e rivalutandolo. E lo fa senza rinunciare a brillare di luce propria.
N.d.r.: i doppi titoli fanno riferimento, rispettivamente, a quelli di “Cadet” e di “Georgie”.
26/11/2025




