30 anni dopo è un cult per tutte le ragioni sbagliate

Dopo il trionfo di Jurassic Park, Hollywood provò a trasformare un altro romanzo di Michael Crichton in un grande blockbuster d’avventura. Il risultato? Gorilla assassini, armi laser e no dei più affascinanti disastri cinematografici degli anni Novanta.
Con Disclosure Day appena arrivato nelle sale e il ritorno di Steven Spielberg alla fantascienza al centro dell’attenzione, vale la pena ricordare che non tutti i grandi successi degli anni Novanta hanno avuto la stessa fortuna di Jurassic Park. Alcuni hanno conquistato il pubblico e la critica, altri sono stati rapidamente dimenticati. E poi c’è Congo: uno di quei rarissimi casi in cui un film può essere contemporaneamente un disastro e diventare un cult involontario. Tratto da un romanzo di Michael Crichton, lo stesso autore di Jurassic Park, Congo è diventato negli anni un perfetto esempio di cinema “talmente brutto” da fare il giro e diventare imperdibile.
Congo: il fratello sfortunato di Jurassic Park
I romanzi di Michael Crichton hanno avuto una fortuna altalenante al cinema. Alcuni adattamenti, come Jurassic Park, sono entrati nella storia, mentre altri, come Sphere o Timeline, non hanno mai davvero trovato il loro pubblico. Congo è uscito nel 1995, appena due anni dopo il trionfo dei dinosauri di Spielberg, e sembra esistere proprio grazie al successo di questi ultimi: lo studio voleva chiaramente replicare quella miscela di avventura, mistero e pericolo esotico che aveva conquistato il pubblico. La storia segue una spedizione nel cuore dell’Africa alla ricerca della leggendaria città perduta di Zinj e dei suoi preziosi diamanti. Nel romanzo di Crichton, il conflitto ruota attorno a diverse aziende tecnologiche in corsa per accaparrarsi una scoperta rivoluzionaria. Ma il film semplifica tutto e punta soprattutto sull’avventura, tra inseguimenti e colpi di scena.
Gorilla assassini, laser e dialoghi improbabili
Se la trama può sembrare relativamente interessante, il tono del film è tutt’altra storia. Nel libro c’è molta scienza, come spesso accade nelle opere di Crichton. Il lungometraggio, invece, decide di ignorare quasi del tutto le spiegazioni tecniche per concentrarsi sul divertimento. Il risultato è un’avventura sopra le righe popolata da gorilla killer, città perdute, diamanti misteriosi e persino armi laser. Anche i famigerati scimmioni cambiano parecchio rispetto alla controparte letteraria. Nel romanzo sono il risultato di complessi esperimenti genetici. Sullo schermo diventano enormi bestie dall’aspetto terrificante, allevate per proteggere i tesori di Zinj, salvo poi scoprire che non sono particolarmente resistenti né ai laser né alla lava. E il film non perde occasione per ricordare allo spettatore che non ha alcuna intenzione di prendersi sul serio. Alcune battute sembrano uscite direttamente da una parodia, contribuendo a creare quell’atmosfera da blockbuster anni Novanta che oggi appare quasi irripetibile.
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Se esiste una ragione per recuperare Congo oggi, quella ragione si chiama Tim Curry. L’attore interpreta Herkermer Homolka, un personaggio creato appositamente per il film e assente nel romanzo. Curry comprende perfettamente il tono dell’operazione e si lancia in una performance sfacciata, esagerata e irresistibile. Ogni sua apparizione sembra appartenere a un film diverso, ma proprio per questo funziona alla perfezione. Anche quando il personaggio assume il ruolo di antagonista secondario, è impossibile non divertirsi ogni volta che entra in scena. Ad arricchire ulteriormente il cast c’è anche una breve apparizione di Bruce Campbell.
Parliamoci chiaro: Congo non è un grande film. Non pretende di esserlo e probabilmente non ci prova nemmeno. Ma proprio come Anaconda è diventato un cult grazie all’interpretazione sopra le righe di Jon Voight, anche Congo sopravvive negli anni grazie alla sua natura completamente fuori controllo. È uno di quei kolossal avventurosi degli anni Novanta pieni di idee assurde, effetti speciali ambiziosi e personaggi esuberanti che oggi Hollywood ha smesso di produrre. E forse è proprio questo il motivo per cui, a distanza di trent’anni, continua a essere così divertente da riguardare.
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