24 marzo 1999: L’inizio dei bombardamenti Nato
24.03-2026 – 19.45 – Oggi ricorre un anniversario tragico della storia d’Europa. Il 24 marzo 1999 la Nato avviò i bombardamenti contro la Serbia, condotti con veivoli militari decollati da aeroporti italiani, nell’ambito dell’operazione Allied Force. Gli attacchi durarono per un totale di 78 giorni, fino al 10 giugno, quando furono sospesi a seguito dell’accettazione da parte di Belgrado di un accordo tecnico-militare sul Kosovo. I raid aerei non si limitarono a perseguire obiettivi strategici ma colpirono le città, causando la morte di un enorme numero di civili. Come si legge sul sito istituzionale, la Nato ufficialmente intraprese la campagna militare per fermare la «catastrofe umanitaria» che si stava svolgendo in Kosovo a causa delle politiche di «pulizia etnica» portate avanti dal presidente di Belgrado, Slobodan Milosovic, ai danni della popolazione definita etnicamente albanese, nel più ampio contesto delle violenze e dei conflitti che negli anni Novanta hanno condotto alla dissoluzione della statualità jugoslava. È ampiamente riconosciuto dagli storici che l’operazione Nato del 1999 fu condotta senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove Cina e Russia annunciarono l’esercizio del diritto di veto sulla decisione di avviare tale campagna. Secondo dati ufficiali citati dall’agenzia di stampa Agi, in tutto furono compiuti 2.300 attacchi aerei da parte della Forza Alleata: distrussero 148 edifici e 62 ponti, danneggiarono 300 scuole, ospedali, istituzioni statali e 176 monumenti di interesse culturale. Partirono dall’Italia gli aerei coinvolti, in tutto un migliaio, ai quali si aggiunsero 30 navi da guerra e sottomarini salpati dall’Adriatico. Solo in un secondo momento una parte delle operazioni prese avvio dall’Ungheria.
La guerra in Kosovo e in Serbia nonché la posizione dell’Italia furono oggetto di un acceso dibatto pubblico e politico. All’epoca il presidente del Consiglio dei ministri era Massimo D’Alema, il quale conferì all’Italia un ruolo all’interno dell’operazione Forza Alleata, mettendo a disposizione non solo le basi ma anche i mezzi militari, senza chiedere preventivamente l’autorizzazione del Parlamento. Il dibattito parlamentare inoltre cominciò ex post due giorni dopo, il 26 marzo, come si evince dalla storica seduta con le comunicazioni dell’allora presidente del Consiglio citata nel tempo da numerosi media come fonte storica. Lo stesso D’Alema lo ammise in un’intervista del 2009 con il Riformista ripubblicata sul suo sito web personale, dove tra le altre cose si ricostruiscono le dinamiche del centrosinistra di governo allora diviso tra le ragioni della Serbia, quelle della Nato e quelle del pacifismo. «Fin dal primo momento io misi le cose assolutamente in chiaro in Consiglio dei ministri», raccontò D’Alema nell’intervista: «Dissi questa è una cosa che io ritengo che si debba fare. Me ne assumo la responsabilità. Se finirà male, mi dimetterò. Punto e basta. Non si votò in Consiglio dei ministri, e nemmeno in Parlamento, cosa che poi mi è stata anche rimproverata». Il riferimento è al fatto che i critici all’epoca accusarono D’Alema di violazione dell’articolo 78 della Costituzione: «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari». Crediti della fotografia: Archivio Clinton della Casa Bianca (nell’immagine, D’Alema con l’allora presidente americano Bill Clinton ad un evento a Firenze il 21 novembre di quello stesso anno 1999).
[l.g.]



